Elogio alla pazzia
Cap 7: dal libro Tourist Trophy - la corsa proibita
Quasi un prologo No, non mi tornavano i
conti. La faccenda si faceva strana. Fin troppo.
Stufo di pensare, presi in mano il telefono e composi il numero dell'OMSK, la
federazione motociclistica tedesca. Dopo trenta secondi di pulsante gracchiare,
partirono i primi due squilli. Prima del terzo, magia della solerzia teutonica,
qualcuno rispose. Mi presentai e chiesi gentilmente di sapere alcuni dati
relativi ad un pilota tedesco. «Dica pure il nome» ? fu la replica in un tono
addirittura più cortese della mia domanda. «Hans-Otto Butenuth» ? buttai là con
convinta nonchalance. L'atmosfera scese sotto zero.«Cosa? No, mi dispiace. Non
possiamo divulgare dati personali dei tesserati. Poi herr Butenuth è un uomo
molto riservato e ci tiene alla sua privacy. Mi spiace non posso fare niente per
lei». Clic. La conversazione era chiusa e il caso continuava ad essere aperto.
Il mistero di un pilota che in quasi quarantacinque anni di carriera aveva fatto
la sua comparsa nelle gare più importanti e famose del mondo, dalla prima
edizione della 200 Miglia di Imola al giro iridato del Continental Circus, dalle
maratone endurance sino al Gp di Macao. Era in pista ai tempi della Mondial e
della Moto Morini, di Tarquinio Provini e di chissà quanti altri. Era lì anche
nel bel mezzo delle sfide leggendarie tra Agostini e Hailwood, a manetta nel
profondo della notte di Le Mans, sugli agghiaccianti saliscendi del Nürburgring
e sulle colline ridenti della 200 Miglia di Imola, al confine tra Emilia e
Romagna, carezzando le rive del Santerno assieme a Smart e Spaggiari. E poi
contro Kenny Roberts, Virginio Ferrari, Randy Mamola. Era lì nel giorno del
leggendario ritorno al Tourist Trophy di Mike Hailwood e ci sarebbe tornato in
seguito e pure in futuro. Condannato a succhiare rettilinei come un vampiro che
per bucare le epoche ha bisogno di succhiare colli. Usando un pizzico
d'immaginazione, davanti a me scorreva la vicenda incredibile di un uomo che
sembrava aver smesso di lottare con gli avversari per alzare la posta in palio e
lanciare ancor più in alto la sua sfida. Contro il tempo, probabilmente. Quasi
mezzo secolo di corse, un curriculum pazzesco con qualche vittoria e tanti bei
piazzamenti, sempre meno fitti, per la verità. E nelle ultime stagioni emergeva
una caratteristica inquietante: il suo nome compariva puntualmente tra i
partecipanti alle gare motociclistiche più pericolose del mondo: Macao, appunto,
lo stradale di Billown e il Tourist Trophy. Poi, solo il Tourist Trophy. Come se
la gara dell'Isola di Man fosse il risultato di una selezione rigorosa e
accuratissima, durata una vita intera. Quanti anni può avere uno così? E perché
continua? Per quale motivo, poi, la sua immagine formato foto tessera nelle
guide ufficiali del TT è palesemente menzognera, visto che ritrae un signore
sulla quarantina coi capelli a spazzola e lo sguardo spiritato e quasi cattivo?
Di più. Perché alla voce «età» l'austero e informatissimo annuario si limita
evasivamente a un surrettizio «Over 50»? Queste domande mi affascinavano sempre
più, perché sapevo che non potevano lasciar spazio a risposte banali.
Sapevo anche che Hans-Otto abitava a Dortmund e che aveva un'officina.Questo
l'annuario non aveva il pudore di negarlo. Così, tramite il servizio di ricerca
automatica dei numeri internazionali, un bel pomeriggio di primavera il telefono
di Hans-Otto si mise a squillare. Sollevato il ricevitore, il mio uomo non si
mostrò dispiaciuto né, in fondo, troppo riservato. «Un giornalista italiano? Ma
che sorpresa! Vuole sapere tutto di me? Ma certo, ci mancherebbe altro. Non per
telefono, comunque. Se lei è un amante del Tourist Trophy, vorrà dire che ci
incontreremo lì a inizio estate. E se avrà un po' di tempo le racconterò tutto.
Mi stia bene. Ah, dimenticavo, la mia età gliela posso dire: ho 60 anni, sono
nato il 1. aprile 1936. Grazie della chiamata e ci vediamo tra qualche mese al
paddock del TT». E come no? Mi aveva fregato bene bene, l'amico Fritz. Gentile,
disponibile, evasivo e sfuggente in trenta secondi di conversazione. Così
accettai la sfida giocando un po' sporco. Chiesi aiuto a collega che parlava
tedesco e feci chiamare di nuovo l'OMSK. Lo feci spacciare per un organizzatore
di una gara stradale dell'Est Europeo che stava raccogliendo domande
d'iscrizione e che aveva bisogno di completare i dati personali di un pilota,
visto che la grafia del documento in suo possesso non era ben leggibile.
L'impiegato, oltre che cortese, stavolta cantò. «Hans-Otto Butenuth è nato il 1.
aprile 1930. No, non 1936, ho detto 1930, probabilmente la grafia poco chiara
l'ha confusa. Prego, è stato un piacere aiutarla. E in bocca al lupo per la sua
gara».
Quasi un epilogo A volte i mesi corrono in fretta, sono certe domeniche
pomeriggio che non passano mai. Ricordo bene la mia attesa dell'ora giusta, la
mia ricerca della piazzola giusta, nel paddock del Tourist Trophy, il mio
tentativo di trovare la parola giusta per iniziare la conversazione, sì, la
conversazione giusta, con l'uomo che finalmente avevo davanti. Hans-Otto
Butenuth. Alto meno della media, con un ciuffo sorprendentemente biondo-castano,
l'espressione gentile e un po' stupita condita da due occhietti lampeggianti.
Non più spiritati ma ancora decisi. Un po' tozzo di tronco ma dalle gambe fine,
un uomo dalla tipica camminata dei caparbi che hanno subìto gravi fratture agli
arti inferiori ma non lo vogliono dare a intendere a chi li vede per la prima
volta. L'intervista? Manco a parlarne. Tutto inutile. Come si può intervistare
un fiume in piena? Uno che ti si apre perché è abbastanza intelligente da capire
che le sue parole per te valgono come un premio? Uno che dopo essersi presentato
comincia a parlare dicendo: «Sono qui perché non voglio e non riesco a farne a
meno. Se non corro all'Isola di Man mi ammalo. Non saprei vivere. Lo so, non
sono un nome che fa impazzire le folle, ma qui tutti mi conoscono. Non ho mai
vinto una gara sul Mountain Circuit. Nel '74 ho colto un secondo posto in sella
a una Bmw. Il percorso l'ho fatto in sella a moto di tutte le epoche. Norton
Manx, Bmw Rs, Yamaha Ow31, Suzuki Rg1, Egli-Honda, Cbr 600, MuZ e tante altre.
Loro cambiano, il tracciato resta sempre lo stesso. Ma, dico, hai visto che
splendore? E la gente? E l'atmosfera da favola dove la metti? Quello del TT è un
circuito velocissimo. Qui il segreto è andare a tutto gas ogni volta che vedi il
cielo. Mai farlo quando l'angolo di piega non ti fa vedere l'azzurro
dell'orizzonte. La strada è molto ondulata e bisogna riprendere la moto di
continuo. Sì, nelle videocassette pare facile, ma molti piloti non ci riescono e
crollano proprio dal punto di vista fisico e dopo si fanno male, molto male. La
vera lezione di vita, l'imperativo quasi filosofico del TT è quello di non
andare mai oltre le proprie possibilità. Osservate queste regole fondamentali il
TT non è più pericoloso di tante altre gare. Ma è la più affascinante di tutte.
Prendiamo la depressione di Bray Hill. Ci si arriva poco dopo il via in
picchiata, quasi si stesse volando a bordo di un aereo Stukas. Una discesa
immensa che nasconde nel fondo un secco curvone a destra preludio a un salto da
240 kmh. Un punto in cui è fondamentale vincere le proprie paure e andare per
qualche attimo contro la ragione facendo violenza all'istinto di conservazione.
Eh, nel '63, la prima volta che ho guidato qui una Norton Manx, mi sono lasciato
ingannare da Bray Hill, già, ingannare, e sono caduto rovinosamente. Una botta
agghiacciante. Gli organizzatori avevano addirittura annunciato,costernati, la
morte del conduttore Butenuth a mia moglie, che seguiva la gara dalle tribune
centrali. Ero invece all'ospedale con una gamba rotta e il fisico in pezzi. E
nella stanza in cui mi avevano sistemato, il medico non si curava più di tanto
del dolore che provavo. Mi passava a fianco e mi ripeteva imperterrito: "Chi
accetta di partecipare a una corsa come questa deve poi essere anche in grado di
sopportare il dolore". Dopo Bray Hill si giunge alla esse di Braddan Bridge, che
molti vecchi piloti chiamano il Ponte di Auerbach. Questo perché nell'edizione
'67 l'omonimo sidecarista sbagliò ad affrontare la doppia piega sinistra-destra
tagliando la strada al campione del mondo Scheidegger che perse il controllo del
suo tre ruote. E il suo passeggero fu protagonista di uno dei voli più
incredibili nella storia delle corse, finendo in un torrente sottostante. Poi
fino a Union Mills si va a tutto gas e ci si può un po' rilassare, se così si
può dire... Ancora chilometri e chilometri di rettilineo prima di affrontare la
curva dell'hotel di Ballacraine. Una volta presi male le misure e fui costretto
a fermarmi proprio davanti all'albergo, in piena gara. Uno spettatore si
avvicinò invitandomi a bere una birra. Ovviamente non potei accettare. Oltre
questa parte del tracciato comincia una sezione caratterizzata da un asfalto
talmente ruvido che sotto la pioggia si può andare veloci tanto quanto
sull'asciutto. E poi c'è Sarah's Cottage. Negli Anni '60 mi capitò di
schiantarmi contro il cancello di legno di questo maledetto cottage. Mi rialzai
subito, ma mi accorsi che le schegge della staccionata che avevo frantumato
erano entrate nella mia bocca perforandomi il labbro superiore. Sanguinavo come
un maiale. La signora Sarah, la padrona di casa, mi mise sul sofà prestandomi le
prime cure con una solidarietà commovente. Lei era gentilissima e io continuavo
a ripetere come un automa "sorry, sorry". In fondo le avevo distrutto tutte le
sue aiuole... E quella volta nel centro abitato di Kirk Michael? Fui costretto
al ritiro nelle prime fasi della corsa per noie tecniche, appena entrato in
paese. Così per aspettare la fine della gara mi arrampicai sopra un muro. Per
tutta la durata della corsa fui in compagnia di un tizio dalla faccia che mi
ricordava inequivocabilmente qualcuno: quel volto dovevo averlo già visto da
qualche parte. Ma tra la rabbia per il ritiro e il rumore delle moto non avevo
tanta voglia di pensarci su. Fatto sta che quel tale mi scroccò tutte le
sigarette che avevo. Guardava la gara e fumava, guardava e fumava, non si
comportava né da inglese né da tedesco. Il dubbio me lo tolse al termine della
corsa quando, andando via, finalmente il fumatore si presentò: quell'uomo era
Steve McQueen. Tornando al TT, è buona regola per chi fuma portare sempre
qualche sigaretta in corsa. Ci si può ritirare in qualunque parte del tracciato
ed è bene tenersi sempre ben forniti avendo a portata di mano anche qualche
sterlina. Tanti dicono che Bishop Court sia una brutta curva. Una volta ero in
piena corsa e fui colto all'improvviso da un irrefrenabile stimolo fisiologico.
Mi fu impossibile continuare e mi fermai per far pipì proprio davanti a quella
piega insidiosa. Dimenticai, però, che in inglese Bishop Court significa cortile
del vescovo. Senza saperlo, stavo pisciando davanti alla residenza ufficiale
dell'alto prelato e per questo fui severamente redarguito. Così, sono uno dei
pochi che quando sente nominare Bishop Court sorride e non prova inquietudine.
In realtà problemi del genere capitano spesso ai piloti durante il TT, ma di
solito si fa pipì in corsa senza scendere. Si sa, il tempo è prezioso. E così
siamo già alle porte di Ramsey, a Schoolhouse Corner. È una brutta curva, in
mezzo alla quale fa bella mostra di sé una fermata d'autobus. L'ampio spazio al
bordo della piega serve ai bambini per aspettare il bus, ma anche a noi piloti
per girare. E le strisce non hanno la funzione del passaggio zebrato, ma sono un
punto di riferimento prezioso che ci permettono di frenare al momento giusto,
non un attimo prima. Da Ramsey si sale su per la montagna. E da quelle parti
quanto c'è nebbia non si vede a un palmo dal proprio naso. Ma la cosa non
preoccupa più di tanto i piloti inglesi. Sulla costa dei monti le curve, una a
destra e una a sinistra, si alternano con regolarità e loro hanno un segreto
infallibile per andare velocissimi anche senza visibilità: ogni volta basta
contare fino a quattro e poi voltare con decisione. Una volta di qua ? un, due,
tre, quattro ? e l'altra di là; poi si ricomincia. E funziona. Finita la
montagna c'è la discesa e si arriva a Signpost, curva lenta destrorsa. Qui negli
Anni '70 mi spiaccicai in prova contro un cartello stradale mentre ero in sella
a una Ducati Pantah. Poco dopo la caduta, ritornato al paddock, vomitai
copiosamente e mia moglie, poveretta, intervenne con decisione impedendomi di
partecipare ala corsa. Come? Con il sistema più efficace: nascondendomi la moto.
E fu un bene. In quelle condizioni mi sarei certamente rotto l'osso del collo.
In effetti all'ospedale mi diagnosticarono una forte commozione cerebrale. Ma
questa e tante altre disavventure non mi hanno impedito né mi impediranno di
essere al via ancora una volta al TT. Il mio motto è sempre stato e resta: "più
si invecchia, più si diventa folli". Ho finito, spero di non averti annoiato».
Nei giorni successivi ho seguito con molta attenzione i passaggi di Butenuth
durante due corse in alcuni dei punti più impegnativi. Non era velocissimo, ma
straordinariamente composto e stilisticamente impeccabile. Trasmetteva
sicurezza, virile prudenza, oserei dire. Nel punto più lento del percorso, a
Governor's Bridge i suoi occhi erano fissi e gelidi, chissà, per un attimo
cattivi. Guardavano l'asfalto quasi a volergli dire «No, non ho paura di te. Non
farmi del male tanto per risparmiare un vecchio, ma solo perché ti conosco
meglio degli altri». Se il suo cervello sembrava algido e concentrato, il
volteggiare elegante del suo bacino nelle pieghe dava la sensazione di un gesto
intimamente frivolo. Come un brivido di piacere. Il gusto di uno che fa la
faccia cattiva, ma che nascostamente se la sta godendo da matti. Un paio di anni
dopo ho saputo della sua morte e ci sono rimasto male. Tumore, mi hanno detto.
Ha saputo credere fino in fondo nell'unica vera grande passione della sua vita.
Non aveva paura di morire, temeva solo che qualcuno, scoprendo la sua vera età,
gli togliesse la licenza. Ha sempre considerato un imbecille chi gli suggeriva
di smettere e a conti fatti ha avuto ragione lui. Come uomo, in fondo, è vissuto
poco ma è vissuto bene. Ma come pilota è stato integro e longevo forse più di
tutti gli altri. E fino all'ultimo ha saputo recitare la sua parte in modo
sublime.
Mario Donnini
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